da “Due campanili sotto la Brigna” di Ignazio Gattuso
Madonna dei Miracoli
Tante sono le feste mariane a Mezzojuso, la festa più sentita per devozione è quella della Madonna dei Miracoli, celebrata l’8 settembre e legata all’apparizione della Madonna con Gesù bambino a un lebbroso che venne guarito proprio all’ingresso del paese. Infatti nella parte bassa sorge il santuario a lei dedicato, con all’interno il masso in cui rimase impressa l’effige della Madonna.
Santuario Maria SS dei Miracoli
da “Due campanili sotto la Brigna” di Ignazio Gattuso
Nella chiesa della Madonna dei Miracoli si venera una sacra immagine dipinta su masso.
La Vergine Santissima, seduta, tiene sulle ginocchia e tra le braccia Gesù Bambino, il quale, con la manina destra sollevata, stringe, tra il pollice e l’indice, un cuoricino, quel cuore che ha tanto amato gli uomini, con la manina sinistra, tra i lembi di un sudario, trattiene una piccola croce, strumento di passione e simbolo di redenzione; appoggiata sullo stesso lato, la mano sinistra della Madonna, corredentrice, stringe anch’essa il sudario e la croce, e la destra, leggermente flessa in alto, sembra così disposta per accogliere, nel palmo, quel cuore.
Bellissima figurazione e mirabile esecuzione artistica di autore ignoto.
Su questa sacra immagine la pietà popolare ha intessuto, da tempi remoti, una leggenda che mi piace riportare.
Sull’imbrunire di un’afosa giornata estiva, per la trazzera che, approssimandosi all’abitato, diventa più ripida e accidentata, s’avvicinava, stentata-mente, al casale di Mezzojuso, un uomo, che, coperto di cenci, tra le vesti lacere, lasciava alla vista le sue carni ulcerate e corrose, stanco e bisognoso di ristoro, estenuato dal caldo, dalla sete e dalla fame, sperava di trovare asilo. Ma le condizioni esteriori del pellegrino non lasciavano dubbi circa la natura del male dal quale era affetto, anzi destavano fondati sospetti.
Sparsasi la voce che uno sconosciuto appestato stava per entrare nel villaggio, il pellegrino si venne a trovare di fronte a nemici inferociti. La paura del contagio era, allora, l’unica arma profilattica che si conoscesse e chiunque poteva dare l’ostracismo scacciando a sassate il malcapitato.
Quel poveretto dovette ritornare, senza perder tempo, sui suoi passi, minacciato come fu dagli abitanti con nodosi bastoni.
Era già notte e, deluso e rassegnato al volere di Dio, scendendo per la medesima trazzera, s’accorse, al chiarore delle stelle, che ai lati della strada c’era un boschetto e penso che ivi avrebbe potuto scegliere una accogliente ospitalità. Infatti s’alloggio dentro una macchia di roveri. La stanchezza poi vinse la fame, la sete e il tormento delle ulcere e, addirittura provocò un sonno profondo: dono generoso e benefico della provvida natura.
Quell’uomo era affetto dalla lebbra.
Ognuno aveva il diritto di scacciarlo, perché, prima ancora che fosse di-strutto dalla morte fisica, il lebbroso, in quei tempi, era morto per il consorzio umano.
Alle luci dell’alba, mentre era ancora immerso in un sonno quasi soporoso, il pellegrinò senti una voce che l’invitava ad alzarsi, svegliatosi, scorse, poco distante dal giaciglio, un grosso masso dal quale proveniva la dolce voce di Donna. S’avvicina e vede dipinta nella pietra l’immagine della Madonna che sorregge sulle ginocchia il Bambino Gesù, si guarda attorno stupefatto e sen-te più vicina la voce che l’invita ora a lavarsi nella sorgente d’acqua, che comincia a scaturire ai piedi del masso, per essere mondato dalla lebbra. Corri soggiunge la voce nel villaggio vicino e annunzia il miracolo; sia in questo posto eretta una cappella in onore delle grazie che elargirò agli abitanti del luogo.
La leggenda può essere il racconto di avvenimenti molto lontani nel tempo, abbelliti dalla fantasia popolare. Non si capisce perché quella della guarigione del lebbroso debba essere la sapiente messa in scena di un sacrilego burlone, di un falso malato, lo stesso autore della pittura camuffato da lebbroso, che a tempo di record esegui l’affresco, e, con questo espediente, cercava d’imbrogliare il prossimo per ricavare qualche soldo dalla sua non disprezzabile opera 135
Ad immaginare tutto questo ci vuole fantasia più sbrigliata di quella del popolo che creò la pia leggenda del miracolo e tanta fantasia viene solleticata per concludere che il miracolo non vi fu. Ci sia o no stato non si può stabilire, ma il falso architettato da un burlone difficilmente si sarebbe tramutato in leggenda per durare secoli. Il burlone o il falsario, alla fin fine, gioisce quando il suo gesto viene conosciuto e, in un modo o nell’altro, lo rivela o, per lo meno, lo confida e poi si propala.
Ma al di là della leggenda, noi che non facciamo fantasticherie e cerchiamo di scrivere storia, abbiamo la certezza della sacra immagine della Ma-donna, non per nulla chiamata «dei Miracoli», dipinta in un masso. Si vede con evidenza che questo masso, collocato in apposita nicchia al di sopra dell’altare maggiore dell’attuale chiesa, venne staccato, con paziente lavoro, da uno più grande che esisteva fino a non molti anni addietro e nel quale si poteva scorgere il vuoto lasciato dalla parte asportata. In prossimità di esso fluisce ancora una polla d’acqua detta acqua della Madonna, perché legata, secondo la tradizione, al miracolo del lebbroso guarito. Il tratto di terra circostante è detto locu (podere) della Madonna.
È sicuro che il dipinto non poteva trovarsi allo scoperto, esposto alle in-temperie che lo avrebbero cancellato, ma doveva essere protetto dentro le pareti di una chiesa, l’antica chiesa della Madonna, la Santa Maria Miraculorum Latinorum, esistente fuori la Terra di Mezzojuso, anteriore o coeva al di-pinto.
Il luogo nominatum della Madonna delli Miraculi, nel quale era stata edificata la primitiva chiesa in ossequium dictue Beatissimae Mariae sub titulo omnium miraculorum, miraculose concesse ab omnipotente Deo, diventato poi un fondo con alberi domestici e silvestri, è descritto con esattezza in un atto di locazione del 19 luglio 1787.
«nella contrata nominata della Sciurza oggi detta fusci lungo la via pubblica per la quale si va anche al mulino di sopra di questo Stato, dirimpetto la silva del Venerabile Convento dei Padri Riformati della più severa osservanza di San Francesco dal ti-tolo dell’Immacolata Concezione di questa Terra, lungo il vallo-ne chiamato dei Fusci che passa per detto luogo quasi nel mezzo, lungo le terre comuni dette dei Fusci dove c’è un’altra via della quale gli abitanti si servono per andare e venire tanto dai luoghi (i fondi) quanto dal detto mulino».
Quanti hanno trattato di quest’antica chiesa hanno espresso pareri discordi e inesatti.
Per F. T. M. è la prima chiesa che sorse nella terra Mezzojuso», Raccuglia la ritiene una antica cappelletta che sorgeva a fianco della strada quando ancora il paese non arrivava laggiu»; Buccola contesta la sua esistenza in epoca remota e la dice fondata a un di presso» nel 1689, trovandosi questa data scolpita nel fonte marmoreo dell’acqua benedetta trasferito nella nuova, costruita, secondo lui, dopo il 1714.
Sulla costruzione della primitiva chiesa non abbiamo documenti, ma ve ne sono sufficienti per dimostrare l’inesattezza di alcune notizie sopra riportate.
IL 29 giugno 1643 Domenico Deurso (D’Urso) e Leonardo Depisa (Di Pisa), confratres ven, societatis noviter facte sante marie miraculorum latino-rum, regolarono i conti con Vincenzo Lofaso per della tela comprata in comune e venduta ai confrati ad effectum faciendi cappas pro servitio dictae Societatis
Nel 1643 furono perciò regolati i conti, ma la tela per confezionare le cap-pe era stala venduta in precedenza, la confraternita era nuova (noviter facta), ma comunque già esistente, anche se da pochi anni, prima del 1643, e la chiesa esistente ancora prima. Nel 1665 Leonardo Carbone con testamento istituì la chiesa di Nostra Signora Maria delli Miracoli, fuori di questa terra (di Mezzojuso), erede universale dei suoi beni Le due notizie provano in mo-do certo che il millesimo inciso nel fonte marmoreo dell’acqua benedetta 1689 non è la data della fondazione della primitiva chiesetta, ma quello in cui l’acquasantiera venne costruita e posta nella chiesa esistente, secondo i predetti dati, da almeno un cinquantennio, e forse ancora di più.
La chiesa aveva un suo cappellano, aveva una confraternita fondata prima del 1643, aveva dei beneficiati quale quello di diritto patronato laicale costituito dal sac. don Pietro Carbone 142 con una dote di 12 tari che certo Nicolò Burrielsci (Burriesci) pagava sopra un fondo nella contrada Cozzo delli ala-stri, per la celebrazione ogni anno di una messa secondo l’intenzione del fondatore, nel giorno della festa della Beata Vergine Maria, l’8 settembre. É evidente che fino al 1727 nella chiesa si svolgeva un fervido culto e l’8 settembre, come oggi, si celebrava l’annuale festa.
Non passò molto e la chiesetta cominció a dare segni di cedimento un po’ per vetustà, ma soprattutto per la natura franosa del terreno.
Nel 1737 era beneficiale il sac. don Gaetano Garbone, fidecommissario, nello stesso tempo, dell’eredità di Leonardo Carbone; altro fidecommissario della medesima eredità era m.ro Nicolò Russo, cappellano il sac. don Francesco Laliotta.
La chiesa in quell’anno era quasi diruta e non potendosi rifrabicare nell’istesso loco dove attualmente si ritrova per aversi smossa una valanca», i suddetti indirizzarono un memoriale all’arcivescovo di Palermo «acció si compiacesse dargli licenza e permesso come sopra fabricare in altro loco con la facoltà di potersi servire dell’istessi Canali, Pietra, ed altri cementi della sudetta Chiesa come sopra quasi diroccata».
IL vicario generale can. don Pietro Celestre, trovandosi l’8 maggio 1737 in sacra visita nella Terra di Mezzojuso, dispose: possit redificari de novo in loco apto et arbitrando a Rev.do Archipresbitero latinorum 143
La scelta del terreno adatto sul quale costruire la nuova chiesa non dovel-te essere facile non tanto perché mancassero aree edificabili, ma certo per ché i fedeli del quartiere, devoti in modo particolare alla Madonna dei Miracoli, e affezionati alla sua chiesetta, non permisero che venisse trasferita altro-ve e in quei dintomi, col burrone da un lato e la frana incombente dall’altro, c’era poco da scegliere.
Finalmente trovarono dei casolari li casalini di drago 144 con dietro un pezzo di terreno a giardino e su di essi cadde la scelta. Detti casolari e terre-no si trovavano nella contrada allora detta di Sant’Antonino, perché nella strada c’era una chiesetta di rito greco dedicata a S. Antonino povero o dei poveri, ancora esistente verso la fine del secolo scorso e sino all’ultimo officiata da un proprio cappellano.
I casalini e terreno confinavano con la casa di m.ro Pietro Di Maddi, col casalino di don Biagio Schirò, al di dietro con un fondo di gelsi neri e davanti con la via pubblica.
Il 20 aprile 1741 il sac. Gaetano Carbone, con la qualifica che abbiamo vi-sto, e il sac. Giuseppe Parisi quale vicario foraneo, avendo avuto il benestare dell’arciprete latino, li acquistarono con atto del not. Gaspare Franco 145, dal sac. Antonino La Barbera e da Liboria Rubbino e Labarbera moglie di Gio-vanni Barbaccia. Il prezzo fu di once 8 non pagate in denaro, ma con la ces-sione di un censo di 12 tari annui che certo Pietro Re pagava alla chiesa sopra una casa terrana nel quartiere Macello.
Trovato il luogo adatto e fattone l’acquisto, i lavori per la costruzione della nuova chiesa cominciarono subito, a quanto pare anzi erano stati iniziati an-cora prima. Appena sette giorni dopo la stipula dell’atto di acquisto – il 27 aprile 1741-maestro Lorenzo Mammula fu Paolo, m.ro Pietro di Maddi e Vittoriano Cuttitto fu Pietro ricevono onze 21 e grana 10 per avere spianato li casalini di drago e in essi avere fatto li fossi per poterci fabricare la nuova chiesa, sfabricato la chiesa vecchia e fatto e principiato la nuova chiesa in ditti casalini, levato li canali della chiesa vecchia, spianato la sacristia e casa dell’eremita», e altre spese per manovali, calce, trasporti, ecc., lavori questi che, in parte, erano stati eseguiti fin dal 16 maggio 1740.
I lavori procedevano alacremente ed ecco che la Madonna interviene con una particolare grazia per agevolare il Compimento della Sua nuova dimora e questa non è leggenda.
Mastro Pietro Di Maddi aveva la sua casa accanto al sito in cui stava sorgendo la nuova chiesa, egli era uno dei muratori che lavoravano per la costruzione di essa. Sua moglie Maria Gebbia, era ammalata grave e il 30 giugno 1741 fece testamento; legò alla chiesa della Madonna dei Miracoli tutte le somme da lei depositate presso l’arciprete greco don Vincenzo Schirò, quale prezzo di un suo terreno in contrada Croce comprato dallo stesso Schirò, disponendo che alla morte venissero date al sac don Gaetano Carbone per riedificare la chiesa noviter incepta
Maria Gebbia fu liberata dalla malattia mediante le grazie e i favori con-cessi dalla Gloriosa Vergine Maria», perciò, una volta ristabilita, con l’autorizzazione del marito, confermò la cessione delle somme disposta per testamento mediante atto tra vivi il 13 agosto 1741.
Sull’andamento dei lavori per la costruzione della nuova chiesa non abbiamo altre notizie all’infuori di quelle avanti riferite, né si sa quando la costruzione venne ultimata, ma ciò non dovette tardare. Poiché fu impiegato tutto il materiale (canali, pietra e altri cementi) che si poté ricavare dalla vecchia chiesa, questa non era né una «edicola» come scrisse F. T. M., né una «cappelletta» (che è poi la stessa cosa) come suppose il Raccuglia, per l’ovvio motivo, che da una cappelletta, come ve ne sono ancora tante, ben poco materiale si poteva ricavare per utilizzarlo nella nuova infatti nel memo-riale si parla proprio di chiesa. Che la nuova chiesa non fu sovrapposta a una preesistente cappelletta appare ben chiaro da ciò che abbiamo narrato.
Tra i primi lavori cui è cenno avanti vi fu quello di spianare la casa dell’eremita, perché la chiesa, dalle origini ai primi anni di questo secolo, ebbe un eremita, lu rimitu di la Madonna di li Grazii.
La vita eremitica ebbe inizio nei primi secoli del cristianesimo con un San Paolo conosciuto come «primo ereamita», ma più famoso di lui fu S. Antonio Abate, suo discepolo.
Quando la vita eremitica si diffuse anche in occidente quelli che ad essa si votarono lo fecero per vivere appartati dal mondo in contemplazione e preghiera e altri eremiti furono santi. IL nostro, che viveva in una casetta attigua alla chiesa, era considerato, come appare da qualche documento, aedituus (guardiano del tempio) seu Sacrista, ma vi vendo in luogo solitario e vestendo l’abito monacale, assunse la figura e il nome di rimitu.
Notizie sulla vita degli eremiti che si avvicendarono nella nostra chiesetta non se ne hanno, ma il fatto che sono durati fino a tempi recenti sta a dimostrare che, seppure non furono uomini di santa vita (chi dice che non ve ne sia stato qualcuno?), non erano motivo di scandalo, come avveniva con tanti falsi eremiti che erano ladri e manutengoli. Dei nostri rimiti, da quel che sap-piamo, una cosa è certa: la dedizione al bene della chiesa e lo zelo nel man-tenere vivo il culto della Madonna.
Un pezzetto di terra dalla beneficenza e Carità del principe era stato con-cesso alla chiesa per servire di trattenimento ed alimento dell’Eremita che inserva alla medesima, acciocché col frutto del sudetto luoghetto e colla limosina che raccoglie questuando tenere accesa la lampada cotidiana, e sollennizzare la festa in ogn’anno nel giorno 8 di settembre alla Vergine Santis-sima
L’eremita di cui si hanno maggiori notizie fu un certo Giuseppe di Maddi, chiamato fra Cruciano». Questi nel 1801 «siccome pella carestia dei tempi è venuta meno la limosina, e riesce tanto difficile al povero Eremita di poter soddisfare agli obblighi suddetti, si rivolse al principe don Girolamo Corvino e Filangeri chiedendogli che, con la stessa generosità dei suoi antecessori gli donasse un pezzetto di terra di due tumoli. Il principe, col parere favorevole del governatore don Ignazio Battaglia, glielo concesse nel comuni nominati Fusci, facendogli obbligo di comprare ogni anno, col fruttato, fanti utensili e giogali ed altro che bisognerà alla chiesa.
Fra Cruciano tenne fede a quest’obbligo e quattro mesi dopo il 26 aprile 1802150 commissionò a Vincenzo Ferrandino di Palermo i seguenti arredi sacri
un Tabemacolo di legname uguale a quello che oggi esiste nella Ven le Chiesa del Collegio di questa e con lo stesso disegno, colorito a color di marmo, con tutta la comiciame ed intaglio indorato d’oro di zecchina, con sua toppa e chiave all’Inglesa e foderato dentro di Tirzanello bianco, con suo gallone d’oro;
n sei candileri grandi per uso di ditta chiesa uguali pure a quelli di ditto Collegio dell’altezza di palmi tre;
- quattro vasittoni dell’istesso intaglio alli palmo uno a color di pietra marmorea con l’intaglio di vero oro;
- sei Confaloni dell’istesso intaglio che devono portare tre candele per ognuna di esse,
- quattro candileri per sopra l’altare con l’istesso intaglio e indoratura;
la Croce del Crocefisso che dovrà servire per detto taberna colo a color di lapis lazzaro (così per lapislázzuli).
Tutto ciò per il prezzo di once 10 e 18 tari, alla quale spesa l’eremita fra Cruciano dovette fare fronte più col provento delle elemosine che col fruttato delle terre perché queste nel 1787 dal governatore della chiesa Giovanni Zambito erano state date in affitto a Paolino la Mannina per un’oncia e 24 tari ranno nel 1805 dallo stesso fra Cruciano a Paolo Sulli per onza una e tari 18 e nel 1889 dal beneficiale Don Giovanni Pennacchio a don Leonardo Barbesco di Palermo, abitante in Mezzojuso, per once due e 10 tari, oltre la decima dovuta al principe
L’eremita, come si rileva da vari atti, era una figura importante per la chie sa: a lui il principe fece la donazione delle terre, egli commissionó e pagó gli arredi sacri, egli s’interessava per la celebrazione dell’annuale festa, egli il 17 marzo 1806 elesse il nuovo eremita che fu fra Aloisio da Marineo, al secolo Francesco Ferrara, per quanto nel 1808 s’incontri ancora una volta fra Cru ciano sia pure col nome per errore cambiato in fra Luciano. Nel 1811 però l’elezione del nuovo eremita la fece il vicario foraneo don Francesco Paolo Gattuso, che era anche beneficiale della chiesa, e la sua scelta cadde su m.ro Gaetano Granatefio, il quale assunse il nome di fra Giuseppe da Mezzojuso.
La chiesa è rimasta nella sua originaria modestia, solo nelle pareti dell’altare maggiore un nostro giovane pittore Giuseppe Mandalà, dai compaesani chiamato «Celestino», tragicamente scomparso (1923-1968) affrescò, con mano esperta, due episodi della pia leggenda: la guarigione del lebbroso e il trasporto del masso dipinto dal luogo del rinvenimento alla nuova chiesetta. Questa, a causa di una frana, alcuni anni addietro minacciava di rovinare, ma la confraternita, con ammirevole impegno, ne fece rafforzare le fondamenta, ricostruire di sana pianta la facciata e, a completamento, erigere un nuovo adeguato campanile; la frana però minaccia ancora la costruzione.
A maggior lustro del piccolo santuario e in riconoscenza delle grazie che la Madonna ha prodigato in ogni tempo alla popolazione, la sacra immagine è state incoronata una prima volta nel 1784 e ancora una volta l’8 settembre 1949, con una indimenticabile cerimonia, dalla venerata memoria del Cardinale Ernesto Ruffini, segno di immutata devozione a dispetto dei tempi refrattari alquanto a ogni dovere religioso.
È miraculu, o Maria,
Lu to’ duci e caru nomu;
È suavi meludia,
Chi n’incanta e ‘un si sa comu;
Calamita di lu cori E spiranza di cu mori
cantò il sac. Giovanni Carollo (senior) di Carini in un suo pregevole componimento poetico e dopo aver tessuto le lodi della Madonna, esaltato i suoi divini favori e la prodigiosa guarigione del lebbroso, ricorda che
Cu gran fidi lu paisi
Va a la fonti addisignata,
Dda Maria si fa palisi
Ntra lu vausu pittata,
Dunni proj a tutti Puri
Li soi grazii e li favori
